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15 luglio, 2019

Ocean Clean Up: primo stop per la raccolta dei rifiuti plastici negli oceani

Anche se nessuno sa esattamente quanta ce ne sia e i dati scientifici a riguardo abbiano ancora una grande variabilità, si può affermare con sicurezza, e preoccupazione, che gli oceani siano pieni di plastica. Uno studio pubblicato nel 2014 sulla rivista “Plos One” stimava che in acqua ce ne fossero un minimo di 5,25 trilioni di pezzi, per un peso complessivo intorno alle 268.940 tonnellate. Un nuovo studio, pubblicato su “Science” nel 2015, ha stimato invece che ogni anno arrivino in mare tra 4 e 12 milioni di tonnellate ovvero una quantità compresa tra l’1,5 per cento ed il 4,5 per cento della produzione mondiale, con stime in crescita che ci dicono che tale cifra nei prossimi dieci anni raddoppierà. L’era odierna è dominata da questa quasi indistruttibile invenzione umana, così quando ci riferiamo al termine “plastica” indichiamo non uno ma vari materiali, tra cui numerosi polimeri sintetici - cloruro di polivinile o PVC, polietilene (PE), polietilene tereftalato (PET) solo per citare i più comuni - e le cosiddette plastiche verdi o bioplastiche. I primi prodotti a partire dal petrolio, le seconde da biomasse di origine vegetale: la differente origine determina la maggiore, minore o nulla biodegradabilità di ciò che comunemente chiamiamo plastica. E così mentre alcuni prodotti con un lungo processo tornano a scomporsi fino a degradarsi quasi completamente e rompersi fino a tornare a componenti iniziali come acqua, anidride carbonica e metano, in una scala di tempo ragionevole, altri sono destinati a sopravvivere quasi in eterno (considerando che si parla di centinaia, forse addirittura migliaia di anni). Alcuni tipi di plastica affondano così sui fondali o vengono gettati dalle onde sulla riva, mentre altri, galleggianti, seguono le rotte oceaniche. Una volta lì, si accumulano, formano vere e proprie isole di plastica e alla fine si scompongono in micro e nano-plastica. Capire come queste isole di immondizia si formano e riuscirne a quantificarne la persistenza è oggi una domanda chiave per la comunità scientifica al fine di comprendere la fonte, il trasporto ed il destino della plastica oceanica.

Ripulire gli oceani è forse il progetto ambientalista più vasto ed ambizioso mai realizzato sul pianeta, ad idearlo a soli 17 anni è stato l’olandese Boyan Slat che ha avuto l’idea di raccogliere la plastica dei mari sfruttando il sistema delle correnti attraverso l’uso di innovative barriere, modulari e scalabili, di plastica galleggiante. Nel 2013 è nata così “The Ocean Cleanup” società che in pochi mesi è riuscita grazie ad una piattaforma di crowdfunding, nonché ad un’ottima campagna di marketing, a raccogliere sul web oltre un milione e mezzo di euro con cui ha iniziato a costruire il “Sistema 001 Wilson”, il prototipo che a settembre 2018 ha lasciato San Francisco per un primo test di due settimane prima di dirigersi verso il Great Pacific Garbage Patch (GPGP), la più nota delle aree oceaniche del mondo dove si accumulano macro e micro-plastiche e che nell’immaginario collettivo creano “isole di plastica” che in realtà sono vortici dove, grazie alle correnti e a particolari condizioni meteorologiche si creano lenti vortici di acqua infestata da una “zuppa” di plastica che muta la composizione della biodiversità marina e rilascia sostanze chimiche in mare.

“Estrarre, spedire, riciclare” : questo è il mantra che si legge sul sito ufficiale del progetto. A pulizia avviata una nave che fungerà da camion della spazzatura dei mari rimuoverà la plastica raccolta ogni pochi mesi. La plastica verrà poi lavorata a terra e ordinata per il riciclaggio, anche se non si sa al momento dove e come questo avverrà. Parallelamente allo sviluppo della tecnologia per estrarre la plastica dall'oceano, infatti, il team sta studiando anche come riutilizzare il materiale una volta tornato a terra: “Il lavoro iniziale sul riciclaggio della plastica oceanica dimostra che il nostro materiale può essere trasformato in prodotti di alta qualità. Immagina che il tuo prossimo telefono, sedia, paraurti o occhiali da sole potrebbe essere fatto da plastica recuperata dal Great Pacific Garbage Patch. Vendendo il nostro materiale di marca per il riutilizzo, miriamo a rendere la pulizia autosufficiente.”

A poco più di tre mesi dal pomposo varo, l'ambizioso progetto non ha però catturato le tonnellate di plastica previste, a parte 2 tonnellate di reti da pesca abbandonate. Wilson sembrava, infatti, essere in grado di attrarre e concentrare la plastica, ma non di immagazzinarla per un suo successivo smaltimento. Secondo gli esperti una delle possibili cause è legata alla velocità troppo ridotta del sistema che gli ha impedito di trattenere il materiale plastico. Per ovviare a tale problema le due estremità sono state allungate con l’aggiunta di ulteriori elementi in modo da incrementare la superficie esposta al vento e aumentare così la velocità del sistema, ma nemmeno questa soluzione ha funzionato. La nuova proposta è stata quindi quella di rimuovere gli annessi e focalizzarsi sulla cosiddetta locking line, ovvero la distanza che separa le due estremità del sistema. Purtroppo i test non sono durati a lungo per studiarne gli effetti a causa del malfunzionamento registrato dopo alcune settimane che ha obbligato Wilson a spostarsi in direzione delle Hawaii rimorchiato dalla nave Maersk Launcher. In base a quanto previsto nel programma originale, nel corso del prossimo anno l’apparecchiatura, una volta riparata e migliorata, dovrebbe comunque riuscire ad ultimare i test e soprattutto essere in grado di rispondere alla domanda fondamentale: gli ingegneri olandesi della "The Ocean Cleanup" sono veramente riusciti a inventare il primo metodo in grado di estrarre grandi quantitativi di detriti di plastica dal mare?

Andrea Grossi