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26 marzo, 2019

Economia circolare, discariche dovranno mantenere un ruolo residuale

Le discariche dovranno essere residuali. Nella scorsa primavera la nuova direttiva europea sull'economia circolare parlava chiaro: la questione rifiuti dovrà essere gestita puntando sul recupero e sulla trasformazione dei rifiuti. In discarica si potranno trattare al massimo il 10% dei rifiuti urbani entro il 2035, mentre la quantità di riciclo entro il 2025 dovrà raggiungere il 55%. Con obiettivi crescenti negli anni seguenti. Così come i materiali di imballaggio sempre entro il 2025, dovranno raggiungere la percentuale di riciclo del 65%. Fin dal 2014 paesi come Germania, Danimarca, Belgio, Olanda, Austria e Svezia hanno cessato di inviare rifiuti in discarica. All'estremo opposto Grecia, Lettonia, Cipro e Croazia hanno invece interrato ben tre quarti dei rifiuti urbani prodotti. In Italia la situazione è piuttosto variegata e dipende da regione a regione. Il ricorso alla discarica dipende dalla presenza o meno di termovalorizzatori e di altri impianti di trattamento. Probabilmente per il residuale ci sarà sempre bisogno della discarica, certi tipi di rifiuti non si possono recuperare. Anche nella raccolta differenziata ben il 40% della plastica secondo dati Corepla non è riciclabile e quindi finisce negli inceneritori o nelle discariche. Secondo il Rapporto Ispra del 2018[1] l'Italia manda nelle discariche circa 6,9 milioni di tonnellate all'anno di rifiuti urbani pari al 23% e 12,1 milioni di tonnellate di rifiuti speciali (8,6%). Tutto questo ha generato pensanti sanzioni da parte della Corte di Giustizia Ue, pari a ben 355 milioni di euro, riguardanti le carenze sullo smaltimento di rifiuti in Campania e le irregolarità in alcune discariche. Lo strumento dell'interramento spesso è stato utilizzato a Roma per gestire le emergenze, con l'individuazione di quattro aree destinate ad ospitare i rifiuti urbani. Stessa cosa in Sicilia dove la Regione ha optato per l'allargamento delle discariche esistenti pur di non realizzare altri impianti: qui siamo addirittura al 90% di rifiuti che finiscono in discarica. Con ricadute ambientali pesanti.  «Le discariche operative – si legge nel Rapporto Ispra -  nel 2017, sono 123, 11 in meno rispetto all’anno precedente: 51 al Nord, 27 al Centro e 45 nel sud Italia (37% del totale).  Il riciclaggio delle diverse frazioni provenienti dalla raccolta differenziata o dagli impianti di trattamento meccanico biologico dei rifiuti urbani raggiunge, nel suo complesso, il 47% della produzione: il 20% è costituito dal recupero di materia della frazione organica (umido+verde) e oltre il 27% dal recupero delle altre frazioni merceologiche. Due inceneritori in meno nel 2017: scendono a 39 gli impianti operativi (erano 41 l’anno precedente). Nel 2017, i rifiuti urbani inceneriti, comprensivi del CSS, della frazione secca e del bioessiccato ottenuti dal trattamento meccanico dei rifiuti urbani stessi, sono quasi 5,3 milioni di tonnellate (-2,5% rispetto al 2016). Il 70% circa dei rifiuti viene trattato al Nord, l’11% al Centro e quasi il 19% al Sud. Va precisato che in Italia tutti gli impianti di incenerimento recuperano energia, elettrica o termica; complessivamente vengono recuperati nel 2017 quasi 4,5 milioni di MWh di energia elettrica e 2 milioni di MWh di energia termica».  Questo modo di gestire il sistema rifiuti porta a paradossi e costi crescenti. Come ha rilevato lo stesso rapporto, nel 2017 l’Italia per la mancanza di impianti,  ha esportato 355 mila tonnellate di rifiuti urbani. Il 40% è stato trasferito in Austria (27,8%) e Ungheria (13,1%): si tratta soprattutto di Combustibile Solido Secondario (CSS) derivante dal trattamento di rifiuti urbani (pari al 37,1% dei rifiuti esportati). Non solo esportazione ma anche importazione dall'estero, circa 213 mila tonnellate nel solo 2017. Il maggior quantitativo proviene dalla Svizzera, con circa 72 mila tonnellate, corrispondente al 33,6% del totale importato seguita da Francia e Germania. Circa la metà dei rifiuti provenienti dalla Svizzera sono costituiti prevalentemente da rifiuti di imballaggio in vetro. «Il costo totale medio pro capite annuo è pari, nel 2017, 171,19 euro/abitante per anno. A livello territoriale il costo totale annuo pro capite, del servizio, risulta pari a 151,16 euro/abitante per anno al Nord, a 206,88 euro/abitante per anno al Centro ed a 182,27 euro/abitante per anno al Sud. I valori pro capite dell’Italia, relativi a produzione e gestione dei rifiuti urbani nel 2016, mostrano differenze rispetto alla media dell’Unione a 28. Produciamo più rifiuti, ne destiniamo di meno alle quattro forme di trattamento finale individuate da Eurostat. Conferiamo in discarica una percentuale di rifiuti urbani trattati maggiore della media UE28, ma anche la percentuale avviata a compostaggio e digestione anaerobica è superiore alla media dell’Unione. Da rilevare che il ricorso alla discarica vede un enorme divario tra i paesi europei: si va da un valore percentuale pari a 1% di Belgio, Danimarca, Germania, Paesi Bassi e Svezia, all’82% della Grecia e al 92% di Malta».

Andrea Grossi